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19 gennaio 2004
Intorno A Un Piede e Mezzo dal Muro
di Stefania Marrone e Cosimo Severo Fara Editore
E se Giacometta o Saphira fosse uscita la notte prima, si sarebbe liberata da sola? · I Cristiani l’avrebbero assalita come nemica? · La ricostruzione nella mappa di Manfredonia già è segno di liberazione autonoma? Quali identità presentano la cittadella “manieristica” di Manfredonia e l’harem saraceno? In entrambe le “isole”, tutti dormono, tutti hanno uno sguardo troppo miope, fuorché Giacometta, sempre a due passi e mezzo dallo steccato, nell’attesa di scoprire l’”altro”, molteplici proiezioni di se stessa. E se la storia/leggenda fosse una parodia delle barricate d’oggi? Chi osa guardare oltre il proprio muro nei due stretti atolli e accettare, assumere, l’eredità dei due mondi come Saphira, Giacometta e Sultana? Ci vuole la freschezza di Giacometta per ridare vigore alla vita e non spegnerla nelle notti gelate del capitalismo consumistico, come nella cenere kamikaze del fondamentalismo musulmano. Ci vuole l’impegno certosino di ricostruzione della storia per “ricordare”, per riconoscere nei musulmani, non solo coloro che oggi subiscono la guerra, se pure come risposta al terrorismo, ma anche li turchi di un tempo. Non per perpetrare antichi odi e divisioni, per non eccedere, invece, in facili autolesionismi, per riconoscere a tutte le parti la propria responsabilità ed intraprendere un dialogo consapevole dei propri debiti e crediti, su cui fondare una fiducia reciproca. Ed allora? Sì, indossiamo gli occhialoni di Giacometta. Appropriamoci della nostra Terra, degli affetti, della dignità che la libertà consegna a ciascun uomo nel rispetto dell’altro. La cultura dell’identità, percorso intrapreso a Milano (neo-illuminismo e dintorni) come a Manfredonia e a Bologna, per i dati di cui sono a conoscenza, trova una via parallela nella cultura della multiculturalità, della tolleranza, della conoscenza dell’Altro, del dialogo. Diamo più ascolto alle voci del coro multietnico, multireligioso. Lavoriamo in un concerto metascientifico, raccogliamo ipotesi, avanziamo possibili soluzioni. Incontriamo il divino nell’altro, perché la vita è un bene prezioso, una scoperta meravigliosa, sempre a due passi e mezzo dalla linea di confine di qualsiasi prigione inventata dall’uomo. D’altra parte la privazione della vita da parte di sé o di altri appare una mutilazione estrema, un orrendo sfregio rivolto a chi ne ha fatto dono, quindi anche al Dio musulmano.
| inviato da il 19/1/2004 alle 18:11 | |
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Ben trovati
CosmonautiNaufraghi? Navigatori, fortunati, ancora, che simulano, soltanto, il viaggio esplorativo nelle lande desolate dello spazio galattico, con la mente viaggiano virtualmente, mentre con i piedi toccano Terra. Nelle mani hanno una ricchezza immensa, nulla è ancora perduto. Il timoniere governa la ave se pure nella nebbia. Sull’albero maestro la vedetta scruta col cannocchiale l’orizzonte incerto. Lanciano parole nel vuoto e con gli echi di risposta tracciano mappe, traiettorie d’approdi ad isole, sistemi planetari.Com’è facile cadere nella retorica! Non è questo che si vuole. Vogliamo poche parole, scarne, scavate, incise nel silenzio, perciò significanti.5.12.03
Senza Pause
Non dà tregua il tempo, il presente, con i suoi tremendi sviluppi, è incombente.Non permette pause di riflessioni, impone forse scelte non adeguatamente ragionate, si sta da una parte o dall’altra.Troppe questioni, tutte rilevanti, si accavallano: la guerra, l’Europa, la giustizia, l’informazione.Anche nel caso si limiti l’attenzione solo alle prime due, queste costituiscono un peso eccessivo per chi voglia mantenere una coscienza critica e tenti di informarsi ed interrogarsi per tal fine mentre svolge le funzioni legate al suo ruolo sociale. Forse bisogna recuperare un po’ di leggerezza, nel senso che l’individuo, cosciente delle sue esigue possibilità di inferire sulla società, possa in qualche modo appagare il bisogno di realizzare il proprio progetto di vita adempiendo, almeno nel suo piccolo, il destino d’esistere in coerenza. Ci si sente a volte salvatori, forse da utopistici si è così, ma nella nostra costituzione di uomini siamo nati liberi, ognuno solo con una coscienza personale; ed ognuno, forse, deve provvedere vivendo prima di tutto alla propria liberazione.Tale prospettiva è solo una proiezione delle infinite facce del cristallo in cui si può percepire il mondo, in lotta sempre con quell’idea arbitraria e impotente di volere - dovere aver la presunzione di cambiare il mondo.Come elettrone che fugge e ritorna nella sfera dell’atomo tra sociale e individuo si gioca l’esistenza, si trae l’impeto che dà voce alla poesia e l’umiltà della preghiera che parla a lle stelle.2.12.03 |
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